domenica 31 luglio 2005
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Pausa e cambiamento
Da parecchio tempo non scrivo su questo mio blog strampalato. ma le ultime settimane sono state molto intense: ho cambiato lavoro. Sarebbe meglio dire: ho cambiato hotel. Sono passato a lavorare in un altro hotel della capitale, uno di quelli che ha un nome, diciamo così. E questo ha significato cambiare orari (finalmente non farò più il portiere di notte), cambiare colleghi, percorsi per andare al lavoro, abitudini, procedure, software. Soprattutto rinunciare alla tutela psicologica di un contratto a tempo indeterminato per ritornare ad abitare il territorio del precariato, con un contratto a termine. Ho anche spostato il contenuto di questo blog altrove, in una sede con una veste e funzioni un po' più sviluppate e soprattutto funzionanti... A breve smobiliterò questo blog e ne aprirò uno nuovo, dove troverete tutto quello che c'era qui e molto altro ancora! In ogni caso altre cose sono venute al pettine: ho deciso di andare via da casa dei miei dopo quasi due anni di parcheggio. Era ora: quel che dovevo capire l'ho capito, quel che volevo affrontare l'ho affrontato. Ora rimanere, una volta smontato il giocattolo, sarebbe solo un fattore di pigrizia. Quindi via, si prende il volo.
E poi, e poi. E poi in breve sintesi non mi sono mai sentito, a dispetto di stress, cambiamenti, solitudine, castità, scarsità di soldi e bisogno di coccole, così sereno, così in pace. certo, non mi dispiacerebbe avere qualche lira in più, qualche coccola in più. Ma forse per la prima volta mi sono detto che non vale la pena sparpagliarmi in mille rivoli, sfibrarmi nel desiderare mille cose. No. vado dritto per questa strada - che magari non sarà chiara ma è una - e mi accontento di quel che capita. Come ieri.
Adesso smetto di scrivere perchè voglio sistemare per bene il blog nuovo e trasferire là tutto quanto. A presto!
el
by Linus il domenica 31 luglio 2005
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domenica 10 luglio 2005
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Un satori
Rieccomi qua dopo parecchio tempo. Sono successe tante cose, ma fondamentalmente gli eventi importanti sono due. Il primo è che sono riuscito a stare con mio figlio una settimana al mare, insieme, senza nessuno, lui ed io al campeggio. E mi sono rilassato tanto, ed ho scoperto di avere un figlio davvero interessante, sensibile, un po' contafavole ed indolente, ma allo stesso tempo curioso, intelligente, appassionato e molto, molto fantasioso. Il secondo è che ho conosciuto una persona davvero incredibile, che dietro l'apparenza di un normale ragazzo un po' incasinato, artista di strada e ad un occhio severo inconcludente, è un vero maestro. Diaciamo che è uno che può insegnare qualcosa, e starlo a sentire è assai piacevole ed istruttivo.
Ma andiamo con ordine, perchè le cose sono tante.
Ferie con Aureliano: il 27 giugno siamo partiti alla volta del campeggio la Califfa di Sperlonga, suggerito da Nòra per i costi ridotti ed il mare basso a due passi. Il pomeriggio eravamo già a mollo. Il campeggio era pieno di bambini, ed Aureliano si è ambientato subito. E poi non so come spiegare. La semplice presenza di Aureliano accanto, attorno a me, mi ha rasserenato. Lo ascoltavo, lo guardavo, ci parlavo, lo chiamavo, qualche volta abbiamo pure bisticciato, ma stavamo assieme, e questa cosa era bellissima. Il mio cuore si è riempito di miele e burro. Tante cose mi si chiarivano, altre si relativizzavano, il mio cuore diventava enorme ed allo stesso tempo scompariva. Saperlo lì attorno, anche senza vederlo, sapere che la sera si sarebbe addormentato accanto a me col suo viso felice, con le sue domande altro che inquietanti, con il suo russare sottile. Tutto questo mi dava pace. Così tanta che mi sentivo davvero sereno, più che felice. Ad un certo punto, verso gli ultimi giorni, ero in spiaggia - che iniziava ad affollarsi rispetto ai giorni precedenti - il mio sguardo si fa generale. Riesco a cogliere in un solo sguardo la spiaggia, le persone, il cielo, la montagna sullo sfondo, i dettagli, la luce del sole. Tutto si riempie di luce. E in una serenità senza nome, come se nel mio petto c'entrasse tutto il mondo, io ho qualcosa di simile ad un satori. Non mi pongo domande, tutto mi si squaderna sotto gli occhi in tutta la sua autenticità, tutto c'è, ci sono anche io, e non ci sono separazioni, dilemmi. È durato parecchio, ed il sorriso che mi fioriva in faccia era autentico, pieno di luce e buio assieme. Grazie ad Aureliano ho sperimentato un guizzo come mai avevo sentito in me.
L'ultima notte abbiamo dormito sotto le stelle, "come i pellegrini" secondo Aureliano. Tutto il giorno correva, nuotava, giocava, era instancabile, poi la sera verso le 23 crollava. Però qualche domandina me la faceva. "A cosa servono le parole?"; "Perchè siamo vivi?"; "A cosa serve tutto quello che ci circonda?"; "Come posso comportarmi in modo giusto?". Eh, davvero, era lui ad insegnarmi ad ogni parola qualcosa. Una settimana così bella non l'avrei passata nemmeno con la più bella e la più innamorata donna di questo mondo.
Mentre ero lì, l'unica nota pensosa, non direi triste, era un pensiero che facevo guardando le coppie. Mi domandavo "Cosa trova lei in quello per starci?" "Cosa li lega?" "Che lavoro fa lui?"... Insomma, mi interrogavo su cosa potesse unire coppie a volte davvero strane. E mi chiedevo in cosa sbaglio, se sbaglio, cosa mi accade quando mi ritrovo a 34 anni solo, sereno e felice, casto da quasi un anno (mi viene da ridere, ormai pare una scommessa), non per questo privo di desideri, di speranze affettive, sessuali, e via dicendo. Una piccola stretta mi prendeva, poi però sentivo la voce di Aureliano, lo vedevo come giocava, come si mescolava ai bambini, come affrontava le scocciature procurategli dal suo compagno di classe Leonardo (un bambino davvero difficile) e mi sentivo più sereno, dominavo meglio le passioni scomposte ed il dolore che si associa al caos che le attraversa. Ho costruito stupendi castelli di sabbia ed ho fatto giocare i bambini sulla spiaggia divertendomi io stesso come un ragazzino.
Ho letto tanto (L'arcobaleno della gravità), fumato un po' troppo fra sigarette e tabacco, ho messo giù un bello schema delle cose da scrivere per l'estate... Ma soprattutto ho rimesso ordine nei miei pensieri e nei miei sentimenti. Non ci ho trovato molto, a dire il vero, anzi, poco davvero, quasi nulla. E quel poco cerco di non sparpagliarlo qua e là. Sono solo, come mai lo sono stato in vita mia. Ed anche se mi piacerebbe avere una compagna, non voglio fare casino solo per avere la prima che passa, o peggio per non stare da solo. Conosco un po' di gente, non troppa è vero, ma abbastanza. E sono sereno, tranquillo. Mi mancano un po' le carezze, i baci, il sesso, una telefonata di buonanotte, 'ste cosette che cosette non sono. Per il resto però sono felice, non mi manca nulla. O meglio. Forse felice ed infelice non sono i termini esatti. Semplicemente mi sono rasserenato. Ho aperto il mio cuore ed accetto tutto, senza fatalismo, ma con rispetto. Aureliano è davvero un maestro particolare: il suo nome in antico sabino sognifica "figlio del sole". E m'ha mostrato il sole che è in me. Mi ha detto tante volte che si meraviglia di quante cose so, che dovrei dimagrire, che capisco le cose al volo, che so delle belle favole, che sono senza fidanzata, e che lo faccio ridere. Il cielo mi ha baciato la fronte, anche se è la fronte di una mezza carogna.
Persona conosciuta: attraverso un suonatore conosciuto suonando la batucada nel gruppo in cui suona pure Capoccella, mi sono imbattuto in un ragazzo di colore eritreo (madre eritrea, padre calabrese) che suona la tromba ed il didgeridoo. Si chiama Stefano. Una persona che si ascolta volentieri, sa raccontare. Sulle prime non ci ho badato, ma poi ci siamo visti qualche volta ed ho sentuito che era una persona in cui si nasconde allo stesso tempo una grande ricchezza spirituale (nel senso più autentico del termine, che non si scorda neppure mangiando coi cani per strada, né facendo il giovane bisonte...), ed un'insicurezza, un'inadeguatezza brucianti, i marchi che questa società imprime a fuoco su chi è in grado di vivere una vita che non sia fatta solo di soldi, lavoro, macchine, fregna, e l'ultimo filmaccio di Muccino. Mi ha iniziato ad insegnare come si suona il didgeridoo, uno strumento australiano, e prima che partissi per Sperlonga me ne ha prestati due, di cui uno di agave costruito da lui. Devo dire che glielo ho chiesto io di iniziare ad insegnarmi: mi stupiva troppo quello strumento. Ho suonato spesso anche durante le vacanze con Aureliano, trovando una sintonia a pelle con questo strano strumento fatto semplicemente di un tronco vuoto. Al ritorno mi ha fatto un sacco di complimenti per come suono. Mi ha detto che ci sono persone che passano anni a suonare senza capire lo strumento come l'ho capito io sin da subito. Non so se crederci o cosa, ma lui suona davvero bene il didgeridoo, e non vedo perchè dovrebbe essere così adulatore. Abbiamo passato due notti a chiacchierare e fumare assieme. Ha una conoscenza della spiritualità indiana che mi spaventa, è uno capace di abbandonarsi ad un'esperienza mistica, senza libri, senza scuole, senza tutto quell'apparato fricchettone. E ascoltarlo è davvero un modo di apprendere. Una delle cose più belle che ho ascoltato da lui è quando ha detto che se ci convincono a pensare che le cose non sono vive (tutto parte dalla presunzione del cogito ergo sum) questo ci limita perchè ci toglie la libertà dell'immaginazione. Non l'avevo mai pensata a quasta maniera. E le tradizioni popolari, le forme rituali contadine, sono in realtà tutte forme in cui si esercita l'immaginazioen popolare, nei secoli schiacciata dal cristianesimo e dai suoi dogmi. Meno immaginazione = meno libertà. E poi mi ha parlato di Arjuna, della Bhagavadgita. Insomma, un pozzo di spiritualità, ma anche una persona fragilissima, inadeguata, spinta ai margini. È comunque un incontro che se non brucio alla solita maniera mia, può segnare una vera svolta. Le cose che mi dice e come le dice sono assai calmanti, rasserenanti. Spero di imparare altro da lui e di non vederlo sommerso dai problemi.
Per il resto vado avanti e sto per cambiare lavoro: passerò a lavorare di giorno, ma in un albergo diverso da quello in cui mi trovo. Questo rappresenterà senza dubbio un progresso per me e per la mia vita: potrò ricominciare ad uscir qualche volta la sera. Insomma, so che questo post è noioso, forse, diaristico, ma mi sento così. Senza inceppi di sorta. Tranquillo. Pronto a fare casino o a starmene quieto. Non mi manca nulla, non faccio nulla che sia fare qualcosa.
È strano, per quanto io scriva mi sembra di non riuscire a descrivere affatto il come mi sento, che sfugge via come l'acqua fra le dita.
by Linus il domenica 10 luglio 2005
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mercoledì 22 giugno 2005
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Accogliere il dolore
Gli ultimi post erano molto duri, senza speranza, come dev'essere quando si accoglie il dolore. E non ci sono mezze misure, o lo si accoglie e ci si lascia cadere o niente. Non si soffre a metà. Ho lasciato che la cenere imbevesse il mio cuore, che la notte ingoiasse i miei occhi, le mie parole, il mio desiderio, tutto. A volte è come se si dovesse morire. Non ha senso consolarsi coi mezzucci, le speranzuole. Lo so, ho il difetto di non conoscere le mezze misure, però è vero, in alcune situazioni non ci sono mezze misure, specialmente con se stessi.
Oggi è il primo giorno dopo il solstizio d'estate. Le giornate cominciano a riaccorciarsi. Non sono felice: questo lo posso dire, anche se pare paradossale, serenamente.
Tra qualche giorno andrò al mare con mio figlio. Sono felice di stare con lui, questo sì. Sono confuso, anche. Ma ben determinato a non fare casino in me stesso e con gli altri. E la cosa migliore è non fare nulla, lasciare che le cose siano quel che sono. Sul lavoro, con gli amici, i genitori, le donne.
«Ma dove c'è il pericolo cresce anche ciò che salva» - Friedrich Holderlin
«Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere» - Ludwig Wittgenstein
by Linus il mercoledì 22 giugno 2005
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martedì 21 giugno 2005
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Ricominciare
Ricominciare - 20/06/2005
Ricominciare, rinascere e piangere ridere e sorridere,
ma tutto questo si strozza nell'occhio
e scivola via fra le mie dita stanche il cielo,
mi scivola via l'aria dai polmoni
e l'orizzonte si fa obliquo mentre cado e cammino
mentre muoio e mi alzo al mattino.
Ricominciare da due mozziconi di sigaretta sulle scale
davanti ad una casa mia per qualche giro di stelle
ricominciare dai suoi capelli neri
dal silenzio del suo sguardo,
o ricominciare dalla furia animale di te che mi ti dai così senza pretese.
Ricominciare dal desiderio che s'infrange sul tuo buon senso,
che s'asciuga nell'attesa degli eventi,
che si annoia fra i suoi mille discorsi.
Ricominciare, rinascere, far fiorire di nuovo un sorriso
la tenerezza d'una carezza
fra le ombre della sera
dove però si smarrisce anche il principio
dove si sfibra in fumo il mio cielo
e ricominciare da dove?
Dalle camere a pagamento, dal viaggio senza meta
ricominciare da dove non si può
rinascere da dove si muore
non si può, non si può.
È chiusa nel cielo la luce e nel bosco respira il sole.
Ricominciare, ricominciare si deve,
ma appeso al volante, a timbrare un cartellino,
dove devo ricominciare?
Devo?
Come un trastullo d'ore vesto la mia vita sgualcita:
dormo, lavoro, sto sveglio e cammino
parlo e tutto scorre via senza senso
senza nulla cui appartengo e nulla m'appartiene.
Senza mani fra i capelli, senza la parola imprevista
senza un letto che possa dire mio
senza una casa dove tornare
senza una donna a cui pensare
e che mi porta un caffè mentre seduto fumo una sigaretta,
un'altra, un'altra ancora
scrutando nelle volute il destino
ed il volto del giorno passato, di quello che mentre si consuma è presente.
Ricominciare ma come? Ricominciare, andare, agire...
Io sputo il sangue nero del mio odio
della mia indifferenza, del mio dolore senza nome,
come senza nome è il pulsare del mio sangue, il respiro che brucio
la vita che m'attraversa e non mi tocca.
Autunno inverno primavera estate ricominciare.
by Linus il martedì 21 giugno 2005
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domenica 19 giugno 2005
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Che cos'? l'odio?
L'educazione progressista e cattolicheggiante che ci hanno ammannito fra scuola, parrocchia, scout e partito vuole sempre dirci che l'odio è figlio dell'ignoranza. E questo, com'è ovvio a qualsiasi persona non abbia timore di chiamare per nome quello che gli si agita dentro, è palesemente falso. Non solo falso, ma anche ipocrita. Noi siamo capaci di odiare con un'intensità che ci svuota. E l'odio nasce dalla paura. Fondamentalmente dalla paura di non essere amati, di non essere accettati. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei pedofili sia stato a sua volta vittima di abusi, che chi picchia i propri figli sia stato picchiato. In fin dei conti questo fardello di amore marcio che è l'odio, è la nemesi. Ma anche senza arivare a questi estemi, noi siamo capaci di odiare in una maniera che spesso non sospettiamo. In particolare quando la nostra stessa esistenza diventa troppo dolorosa, troppo solitaria, troppo priva di soddisfazioni, di gratifiche, allora ci si abitua a resistere, a vivere nel dolore, nel rifiuto, a tirare avanti. Si sviluppano le doti della pazienza, della sopportazione, della tenacia. E si impara a fare a meno dei rapporti umani o a vederli come pure funzioni, strumenti, mezzi. Fino ad arrivare alla considerazione che dato che noi siamo infelici, dato che noi abbiamo paura, che in ultima istanza non sappiamo più cos'è essere amati ed accettati per quello che siamo, allora neanche gli altri lo devono sapere. Allora neanche gli altri devono essere felici. Qui, in questo ragionamento dalle forme deliranti ma di una coerenza spietata, c'è la genesi dell'odio. Per questo Dio ha dato un solo comandamento: amatevi.
Ma Dio non c'è perchè non c'è alcuna trascendenza, ed allora dovremmo dirlo a noi: ama. Anche se non sai cosa significa, anche se hai paura, anche se le circostanze lo sconsigliano, anche se non te ne torna in tasca nulla. Amare è un fine. E noi dovremmo essere capaci di amare, di prenderci cura degli altri senza che nessuno, al limite, ci abbia amato o si sia preso cura di noi. Solo così si testimonia la propria dignità e quindi anche quella degli altri. Troppo facile dare per ricevere. Questa è una delle cose che ho imparato da mio figlio. Anche se questa verità che accolgo in me è dolorosa, e la lotta contro il dolore e la paura sono sfibranti, mi sforzo di fare così, perchè di là da tutte le ciancie e le chiacchiere, un bambino guarda a suo padre ed a come si comporta. C'è un brano dell'Iliade che porto in me come un esempio cristallino di questa lotta contro la paura ed il dolore, di questa lotta per affermare la volontà di non piegarsi a questi demoni e di affermare il proprio amore. È ovviamente un esempio di dimensioni epiche, ma rende l'idea. È l'addio di Ettore ad Andromaca sulle mura di Ilio, prima del fatale duello col semidio Achille. La moglie di Ettore supplica Ettore di non andare, e nel momento cruciale gli mostra il loro bambino e gli dice, più o meno, "Tu vuoi che lui non abbia più un padre?", ed Ettore le risponde "Se io mi sottraggo ora si vergognerà per tutta la vita di un padre che è scappato". Bisogna fare i conti con se stessi, nella visione epica col fato, perchè la nemesi si spezzi, perchè le paure dei padri non siano dei figli, pechè il loro dolore non sia dei figli. La colpa a cui si richiama la nemesi è proprio quella di chi non spezza questa catena e condanna la sua stirpe alle proprie paure ed ai propri dolori. Al proprio odio, ovvero alla colpa prefigurata dalla nemesi.
A seguire scrivo una cosa che ho scritto in un momento in cui la paura ed il dolore hanno acceso in me l'odio. Che è tanto più intenso tanto più manca di un oggetto. Quasi mi vergogno di aver scritto queste parole che seguono, ma in fin dei conti la consapevolezza non è altro che accettare le proprie emozioni senza giudicarle. Già, pare facile...

Arde il mio respiro - 19/6/2005
Arde il mio respiro
e senza fuoco manda in cenere le stelle
ed in fumo i petali di rosa.
Arde il mio respiro
e nutre la lama del mio furore,
le asciuga il filo
e come acqua chiede sangue e vendetta
chiede dolore e distruzione.
Ed io mi chino al nero futuro
al presente che sa di niente,
mi piego al male
all'odio vendo le mie vene
i miei occhi dove s'asciuga il miele
dove riverbera la mancanza
e la tenace disperazione.
Figlio del rifiuto
non temo la fame
non il cielo
nè disprezzo, solitudine,
e rido dell'amore e del denaro.
Estendo il deserto nel mio petto
ed allevo scorpioni a custodire ed uccidere il mio cuore.
by Linus il domenica 19 giugno 2005
alle 00:00
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