GHANA – TOGO – BENIN –
Ti prego di non dimenticare che l’essere
che tu chiami tuo schiavo è nato dal tuo stesso seme,
gode del tuo stesso cielo, respira la tua stessa aria,
vive e muore come te!
Guardati dal disprezzare un uomo la cui condizione
può essere la tua, nel momento in cui gli manifesti
il tuo disprezzo.
Seneca, Lettere a Lucilio (63-65)
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Un detto africano recita:
“il mondo conosce perfettamente come si muore in Africa, ma non sa niente di come si vive”,
Viaggio di grande interesse ambientale ed etnografico nell’africa nera, regno del vudu,
Dalle rive del’oceano atlantico, alle immense distese del Sahel , penetreremo nelle verdi foreste dei parchi nazionali, attraversando regioni con una grande concentrazione di etnie, che conservano le loro intatte tradizioni, sino a raggiungere di nuovo le coste atlantiche del Golfo di Guinea.
Un viaggio sulle «strade», confusi e sommersi da un’umanità ospitale e ricca di tradizioni dal quale torneremo con un bagaglio di sensazioni,impressioni,emozioni difficili da dimenticare.
Arriviamo ad Accra e ci fermiamo un giorno giusto il tempo per il Primo impatto con il caos delle strade Africane: mercati, baracche, venditori, auto, polvere, caldo
Visitiamo il Kwame Nkrumah memorial park con giardini ben tenuti fontane e statue, grandioso monumento in memoria dello statista le cui spoglie riposano all’interno di questo parco
Sono di nuovo in viaggio Con gianna e altre 4 amiche per un itinerario di grande interesse etnografico. L’Africa nera, regno del vudu, Dalle rive del’oceano atlantico, attraverseremo regioni con una grande concentrazione di etnie, che conservano le loro intatte tradizioni, sino a raggiungere di nuovo le coste atlantiche del Golfo di Guinea.
una breve sosta per il pranzo e per iniziare ad assimilare le strane usanze locali e poi
riprendiamo la visita della città
La citta' e' caotica, piena di traffico e la cosa piu' bella e' il mercato di James Town, situato su una piccola penisola a sud-ovest del centro, è un bel quartiere un po' fatiscente che merita di essere esplorato.
un bellissimo scorcio d’umanità Nel qule ci tuffiamo per assaparare
Accra, e anche la città delle bare più stravaganti del mondo.
In questa fetta d’Africa affacciata sul Golfo di Guinea, la morte non fa paura e il culto dei defunti è praticato con passione e fantasia, a cominciare dai feretri che qui prendono le sembianze più curiose.
Ogni feretro viene personalizzato con particolari che lo rendono unico; si fanno bare di ogni forma: aerei, pesci, sandali animali e automobili
tutti, accorgimenti che rispecchiano frammenti di vita del defunto.
lasciamo Accra, e varcata la frontiera raggiungiamo Lomé la capitale del Togo costeggiando la costa e le incantevoli spiagge, bordate da palme da cocco attraversando pittoreschi e minuscoli villaggi
Arrivate a Lomè affacciata sulle belle spiagge del Golfo di Guinea facciamo subito tappa al Akodessawa mercato locale dei feticci Il più importante del continente Africano e La più nota curiosità della città
E' qui che i vari adepti dell'animismo locale vengono a comprare gli elementi necessari per i loro culti e la realizzazione dei sacrifici vudu.
Il Marché des Féticheurs, vende un genere di merci decisamente inquietanti, come pozioni, organi essiccati di animali e altri prodotti
facciamo un giretto per questa piccola piazzetta con numerose bancarelle d’oggetti e amuleti per riti feticisti: teste di coccodrillo, serpenti essiccati, rane, scimmie mummificate. l’ effetto è Abbastanza macabro e poco pittoresco,
Ci viene subito incontro un signore che ci accompagna da un feticheur per un rito propiziatorio.
Ci porta nel retro di una bottega dove ci fa alcuni riti feticisti con annesso tentativo di vendita d’amuleti. Il voodoo e il feticismo qui sono ancora molto praticati
proseguiamo verso il mercato locale, caratterizzato dalla presenza di merci tipiche e anche souvenirs di ogni genere.
Qui c'è un sacco di gente, di colori, di prodotti e anche un caldo e umidità paurose.
la mattina dopo, si ri parte. Ci attende Un breve viaggio di 45 minuti che da Lomé ci conduce ad Aného, capitale coloniale del Togo fino al 1920.
Attraversiamo affascinanti villaggi di terra rossa immersi in una rigogliosa vegetazione, composti da piccole capanne circondate da muri a secco.
Facciamo una sosta per Visitare un villaggio catturando l’attenzione della gente ed in particolar modo dei bambini.
Arriviamo ad aneho il giorno di mercato ed il paese , brulica di gente e venditori;
Ci inoltriamo nell’universo “mercato africano” che, pur essendo pressoché uguale in ogni paese del continente, mantiene un richiamo inalterato che ti induce a visitarlo ovunque tu vada.
Qualcuno non vuole essere fotografato altri si mettono addirittura in posa
Tutti comprano e vendono; La mescolanza di attività è totale e molte attività si svolgono in terra, compresa quella del commercio del pesce fresco
Lasciamo la strada e ci infiliamo nel cuore del mercato:, è un susseguirsi di friggitorie, bancarelle di verdura, di scarpe, di vestiti, di pentole e stoviglie.
i colori e gli odori sono i soliti, che provengono soprattutto dalle bancarelle che cuociono gli spiedini
proseguendo nel nostro giro, ci troviamo coinvolti in una vera festa voodoo che la città ha organizzata per sostenere il proprio candidato alle elezioni che si terranno domani.
Non è una festa folkloristica per turisti e nemmeno un film sull’Africa, ma una reale e propria celebrazione ; una immersione nell’Africa vera, una celebrazione della festa Voodoo, che si tiene sulla spiaggia di aneho.
Intorno a noi Tam- tam che rimbombano con ritmi incessanti, danzatrici vodonsi e giovani adepti
Il Vudù è ancora diffusissimo in Togo e Benin e questo non è altro che uno dei tanti posti in cui si celebra
i ritmi delle percussioni sono sempre più ossessionanti.
il Vodum" che significa nascosto, mist
E' nato qui. Nelle americhe è stato portato dagli schiavi catturati in queste zone.
Finite le danze La rappresentazione continua con il giovane adepto che dopo aver camminato a piedi nudi su vetri rotti senza riportare nessuna ferita, si agginge ad ingoiare le lamette che ci hanno mostrato.
Finita la festa è ormai buio ci dirigiamo in albergo che si trova sulla spiagga di gran popo
Passeggio per il breve tratto di spiaggia mentre in lontananza si vedono le barche dei pescatori che sembrano affondare sotto onde immense
rientro Quando la notte ha preso il posto del giorno
La mattina dopo sveglia presto
All’alba siamo già sulle rive del fiume, con l'aria ancora fresca e il sole che già sale prepotente
Si parte per un’escursione in piroga lungo il fiume Mono alla scoperta di piccoli villaggi,
In barca dal piccolo villaggio di pescatori ci dirigiamo verso l’interno
La navigazione ci conduce ad un superbo estuario, in cui le acque del fiume e dell’oceano si incontrano...
Percorriamo lentamente Il tratto del fiume in piroga godendocii il paesaggio suggestivo
Incrociamo le barche dei pescatori che vivono Lungo la costa e sfidano quotidianamente l’oceano sulle grandi piroghe artisticamente scolpite
Al ritorno visitiamo uno dei tanti piccoli villaggi dell’estuario
qui le case vengono costruite coi rami delle palme intrecciati,
anche qui come in tutti i villaggi fa bella mostra un enorme feticcio pieno di teschi e piume di uccelli. facciamo le solite foto di rito e ripartiamo continuando il nostro tour nel mondo del mistero.
nel pomeriggio partenza per il villaggio di gljidi per le danze
Ad attenderci troviamo l’intero villaggio
Siamo accolte da cento manine, che ci sfiorano, toccano, tirano
Tutto il villaggio è interessato. Danzano anche bambinette di 4-5 anni, con una grazia straordinaria.
dalla nicchia dei feticci esce un fumo profumato ma, fastidioso
I ragazzi più grandi, seduti dietro i loro tamburi colorati, hanno cominciato a battere, componendo quella che, sarà l’instancabile colonna sonora, tesa, ritmata e palpitante, dell’intero pomeriggio.
In un angolo della piazza gruppi di donne battono il ritmo e si scatenano nelle danze
finalmente l’uscita delle maschere Zangbeto, grandi maschere dalla forma approssimativa di un pagliaio
Uno degli zangbetto, poi, quello verde, ha un “potere” particolare. E’… disabitato. Di tanto in tanto, infatti, viene capovolto e apparentemente al suo interno non sembra esservi nessuno
Salvo, poi, mettersi a vibrare ed a correre di nuovo, una volta rimesso dritto.
Oltre tutto, fa anche apparire le cose. La prima volta che lo hanno rovesciato, al centro, lì dove avremmo dovuto vedere dei piedi, faceva bella mostra di sé una piccola ciotola.
La seconda volta, una scatola piena do dolcetti e caramelle
Zangbeto rappresenta gli spiriti non umani, le forze della natura e della notte che hanno abitato la terra prima ancora dell’uomo.
I portatori delle maschere appartengono ad una società segreta e la loro identità è sconosciuta ai non-iniziati.
Finita la festa si parte lungo la costa del golfo di Guinea,che seguiremo, lungo la route des pêcheurs sino a Ouidah sotto una pioggia scrosciante.
Stanche della pioggia tentiamo di affidarci alle usanze locali e tirato fuori il feticcio dei viaggi che ci hanno rifilato al mercato di lomè, lo scongiuriamo di riportarci il bel tempo.
Arriviamo a Ouidah città di importanza storica e culturale, capitale del vudù e dei feticheur che e non è raro incontrare per strada
Oudhai, FU UN porto molto importante negli anni del colonialismo, in quanto tutti gli schiavi provenienti dal Togo e dal Benin, arrivavano qui per essere imbarcati x le Americhe.
si sosta un’attimo, nella piazza dove gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro ardente.
Qui, in catene facevano nove volte il giro attorno all’albero dell’oblio per dimenticare tutte le loro origini, i loro ricordi, le loro radici.
Altri nove giri attorno all’albero del “non ritorno”, in modo che l’anima potesse rimanere qui, in terra africana con i propri antenati ed è ormai è il momento di arrivare alla spiaggia:
la piazza oggi è dominata dalla facciata della cattedrale
si attraversa la piazza e di fronte si trova il tempio del dio pitone dagboè il vero santo patrono di ouidah.
Visitiamo il tempio dove i giovani accoliti passano la giornata ad accudire sepenti
qui viene messo a dura prova il nostro coraggio. Ma con una straordinaria dimostrazione di sangue freddo che lascia noi per prime a bocca aperta....ci facciamo fotografare abbracciate da un pitone
si prosegue per la strada degli schiavi. dal valore storico e simbolico:
Un percorso di circa quattro chilometri oggi costeggiato di feticci e statue, che è lo stesso che portava le lunghe file degli schiavi catturati nell’entroterra dalla città al mare, dove, in attesa, trovavano le navi che li avrebbero portati oltre oceano.
La strada termina alla spiaggia dove Le palme, alte e piegate dal vento dell’oceano e dalla pioggia, compongono una strana colonna sonora.
Sarà l’atmosfera di questo luogo ma sulla spiaggia il mugghiare delle onde ci risuona nelle orecchie sono un lamento.
Visitiano il monumento che rappresenta "La porta del non ritorno" Al tramonto. Quando la luce, il vento ed il calore della terra sembrano scivolare dolcemente in un uno stato di quiete.
Una quiete che introduce all’arco del non ritorno, eretto sulla spiaggia, davanti all’oceano, in memoria delle sofferenze di un intero popolo. milioni di schiavi in catene
ATTRAVERSATA
Arriviamo al molo dove una barca A MOTORE ci porterà a Ganviè, in questa città costruita su palafitte, dove la vita si svolge interamente sulle barche
Nel XVIII secolo i Tofinu costruirono questo villaggio per proteggersi dagli attacchi dei Fon e dei Dahomey, le cui credenze religiose impedivano ai guerrieri di entrare in acqua.
I suoi abitanti, gli Aizo, trascorrono la loro giornata in piroga,pescando e spostandosi da una parte all’altra del lago
la città è davvera caratteristica, affascinante e ricca di colori con le case Sollevate di due metri dall'acqua
La pesca è l’attività principale di queste genti, il cui isolamento ha permesso
E’ sulla piroga che si va a pesca, ci si sposta, si mettono in mostra le merci da vendere al mercato galleggiante, si canta, accompagnati dal ritmo delle pertiche...
lasciamo Ganvié E Ci ritroviamo, storditi e confusi, sul molo di Abomey-Calavi.
Laggiù, in lontananza, sotto il cielo grigio, c’è un villaggio dove migliaia di persone continuano a vivere e a morire, Laggiù, oltre l’orizzonte. Lontano. Nello spazio e nel tempO
Abomey
Da GANVIE Per raggiungere Abomey IL viaggio dura circa due .
Abomey, che concorre con Ouidah per il titolo di luogo più interessante dei dintorni, fu la capitale del grande regno del Dahomey.
VISITIAmo IL Palazzo Reale di Abomey che fu costruito con fango impastato col sangue nei nemici uccisi
è stato restaurato e ospita un museo;
purtroppo fotografie e riprese video sono rigorosamente proibite
All’interno Sono conservati documenti, oggetti rituali, gioielli e armi appartenuti alla monarchia negriera. , vestige di una potenza e organizzazione militare capace di tenere testa alle potenze coloniali per secoli, con il suo esercito di amazzoni donne guerriero dai denti aguzzi e vesti di leopardo più abili e spietate dei maschi
questi sovrani neri africani vendevano alle potenze europee i propri prigionieri di guerra in cambio di stoffe pregiate , perle, acquavite, cannoni, e armi: con questo sistema vennero venduti e deportati 21 milioni di neri di questi, 10 milioni morirono durante le traversate
Un’immane tragedia durata secoli che ha lasciato profonde ferite non ancora rimarginate
Fuori dal vecchio palazzo, c’È una città in cui è piacevole passeggiare tra le case, in mezzo al mercato e alla folla variopinta di etnia fon il maggiore gruppo etnico del benin
Proseguiamo il viaggio direzione Savalou
Sul plateau il paesaggio cambia aspetto. Vaste distese di magri pascoli punteggiati dall'affiorare di rocce succedono a una vegetazione un po' più densa e dopo qualche chilometro emerge un paesaggio montagnoso
quetsa zona è abitata daL GRUPPO ETNICO DEI tangba che vivono in villaggi con case sovente in pietra, disseminate nei campi fra grandi alberi di kapok, manghi, tek, palme e baobab.
La maggior parte degli individui risiede in abitazioni sparse nei campi per un raggio di oltre
dopo una breve sosta nel 1° vilaggio che troviamo sulla strada dove veniamo accolte come al solito da donne e bambini sorridenti proseguiamo per il prossimo villaggetto
Quest'area, ricca di fiumi e di boschi, vide arrivare, a partire dall' VIII secolo, bande di cacciatori bariba provenienti da nord-est scesi dall'attuale Burkina Faso.
Si trattò di una penetrazione lenta, compiuta da piccoli gruppi che si stabilirono ai piedi delle colline trovando un territorio favorevole per la loro attività venatoria.
Nei villaggi La vita si svolge soprattutto nei grandi cortili fuori delle case. Qui si cucina, si lavora, si chiacchiera, si fa vita sociale.
Le ragazze più giovani lavorano nei campi dove si coltivano miglio, sorgo, mais arachidi.
E manioca
I ragazzi, invece, si occupano di “spillare” il vino di palma: di colore biancastro e dal sapore decisamente acidulo,
Si riprende la strada in direzione nord per andare a incontrare un’altra popolazione interessante dal punto di vista etnologico: i Taneka Lasciata la strada asfaltata, una brutta pista ci porta sino al villaggio
Nel villaggio c'è una casa, che veniva utilizzata x fare circoncisione ai maschi e anche l’ infibulazione, che oggi è vietata dallo stato.
La circoncisione è sempre in uso E Viene effettuATA IN Età ADULTA
AL ragazzo che incontriamo è stata praticata da poco. Porta ancora il costume e l’aria non è quella dei giorni migliori.
visitiamo il pittoresco villaggio con le Tipiche case con il tetto di paglia, arroccate sulla collina, capanne rotonde e piccole viuzze fra muri di argilla. Il villaggio ha un grande capo spirituale e un rè.
Ogni casa- quartiere ha il proprio capo spirituale, che fa riferimento a quello supremo. Costui veste solo di una pelle di capra, vive nella parte alta del villaggio, ed Ha una lunga pipa, dal quale non si separa mai.
Ha un posto riservato, che non è altro che una tomba sormontata da pietre, dove sono sepolti i vari capi.
entriamo nella corte capo spirituale e dopo i lunghi convenevoli, come si usa in queste zone, scattiamo la solita foto di rito al suo fianco
I villaggi sono situati in antichi insediamenti dell’epoca della pietra.
Veniamo accompagnate dal guaritore altro capo spirituale del villaggio.
La fama di questo arzillo ottantenne, come guaritore, arriva ormai ben oltre i confini della zona in cui opera.
Siamo arrivati lì attirati dalla sua fama e lui ci ripaga ricevendoci senza troppa anticamera
E' visibilmente felice quando gli diciamo il motivo della visita. Gli zampilla orgoglio dagli occhi.
Ci riceve nella sua abitazione e avvelendosi di una corona simile al nostro rosario procede alla lettura del futuro dando ad ognuna di noi degli incarichi da svolgere nella più vicina moschea.
Prima di ripartire, ci offre un rito propiziatorio per il nostro lungo viaggio
Promettiamo di non dimenticare il nostro compito e riprendiamo il viaggio
Natitingou
Arrivate a Natitingou l’indomani visitiamo gli interessantissimi villaggi dei Somba
Chiamati comunemente Somba, i Betamaribè sono concentrati nella zona di Natitingou in Benin, nelle colline Atakora vicino al confine con il Togo.
La casa qui si chiama Tata- somba, che significa casa dell'uomo nudo,
Fuori Dalle loro case fortificate si ergono altari, luoghi sacri e cimiteri delimitati da una sorta di colonne di forma fallica circondate da offerte e resti di animali sacrificati
Qui nelle notti propizie a comunicare con gli spiriti, baluginano i fuochi e si spandono i ritmi dei tamburi che accompagnano le danze frenetiche che portano alla trance che accoglie gli spiriti nei corpi sussultanti.
I Betamaribè, sono sfuggiti alle influenze sia della religione Islamica che da quella Cristiana e restano per la maggior parte animisti.
La casa è formata da capanne piccole e rotonde a più piani, simili a castelli fortificati in miniatura.
Il piano terra è riservato agli animali da un lato ed agli uomini dall'altro, mentre al piano intermedio c'è la cucina dalla quale si accede al sottotetto nel quale si trovano le camere da letto per le donne, i granai ed una terrazza in cui si svolgono le attività diurne.
Sulle pareti esterne della casa, ci sono delle decorazioni verticali e orizzontali, simili alle scarificazioni che la gente ha sul viso e che servono per sottolineare l'appartenenza ad una famiglia piuttosto che ad un' altra
Le donne portano cappelli ornati da grandi corna di bufalo che vengono donati dallo sposo alla sua futura moglie
Un tempo famosi per la loro usanza di non indossare abiti, ora fanno uso di vestiti, ma cacciano ancora con archi e freccie.
Le numerose ritualità iniziatiche prevedono profonde scarificazioni con tagli che rappresentano disegni magici necessari ad allontanare demoni e spiriti maligni
il percorso inizia al momento dello svezzamento, quando il bambino è scarificato sul volto. Si tratta della sua nascita ufficiale, come membro del gruppo.
Fini e molteplici scarificazioni sul volto ricorderanno, per sempre, che è un Betammaribe
verso 18-20 anni, si fanno scarificare tutto il ventre con intricati e raffinati motivi geometrici. Anche le ragazze si fanno scarificare.
Nel loro caso si scarifica ventre e schiena, verso i 20 -22 anni.
proseguiamo verso Kandi per recarci nella Valle dove vivono i Tamberma
La pista è molto brutta, si procede lentamente attraverso un bellissimo panorama tra paesaggi verdi e lussureggianti.
DOPO Circa 1h, nascosti tra i campi di mais e miglio,Arriviamo in questi caratteristici villaggi con le case costruite a mo' di fortezza con torri laterali Per queste loro caratteristiche l’Unesco ha dichiarato la valle dei Tamberma patrimonio dell’umanità
I Tamberma hanno mantenuto fedeltà assoluta alle proprie tradizioni animiste.
Prova ne è la presenza di grandi feticci, a forma fallica, all'entrata delle loro case. Le dimore, di singolare bellezza, sono in forma di minuscoli castelli costruiti su tre piani. Architetti di avanguardia come Le Corbusier sono rimasti colpiti per la plasticità delle forme di queste dimore fortificate.
I tamberma di solito indossano abiti molto succinti
al nostro arrivo gli abitanti ci riservano un'accoglienza calorosa
Questi popoli Per ragioni di difesa hanno trovato rifugio da secoli nella catena montuosa dell'Atakora, su un territorio dall'accesso difficile che ha permesso di sfuggire a tutti gli influssi esterni e principalmente alla tratte negriere sembra quasi impossibile, a noi occidentali, che nel mondo globalizzato, ci siano ancora villaggi sospesi nel tempo, dove le etnie mantengono da secoli le loro antiche tradizioni.
Dove la vita, fondata principalmente sulle esigenze primarie, scorre ogni giorno sempre uguale.
Raggiungiamo il confine e l’attraversiamo oltrepassando un fantomatico posto di frontiera a Dantcho in uscita dal benin per entrare nel Togo
sbrigata la burocrazia e le solite formalità doganali. Proseguiamo per Kandi attraverso un lungo percorso di strade sterrate tra villaggi di etnia Moba.
Visitiamo piccoli villaggi, distribuiti su ampi territori: il risultato offerto allo sguardo del viaggiatore è un quadro impressionista in cui, secondo le stagioni, il verde o il color terra è punteggiato, a mo’ di colpi di pennello, dalle piccole concentrazioni umane un insieme di colori e visi meravigliosi da fotografare i Moba Abitano in case di argilla, dalla forma circolare, con tetto conico in paglia. Un muro circonda e protegge le capanne di una stessa famiglia.
Questo viaggio ci porta a visitare etnie e popolazioni destinate a scomparire nei prossimi decenni, ma che per ora resistono orgogliosamente sulle montagne e dove il tempo si è fermato.
Nell'Africa occidentale di luoghi così ne esistono ancora molti.
Chissà per quanto. In genere le etnie più "genuine" vivono in villaggi isolati, spesso privi di elettricità e talvolta anche di acqua, raggiungibili con viaggi abbastanza lunghi e faticosi
Il turismo etnico è in rapido sviluppo. Perché affascina, sorprende. Sicuramente è un'esperienza emotivamente forte.
Che rischia però di rompere un precario equilibrio, di contaminare società che hanno conservato tradizioni secolari proprio grazie agli scarsi contatti con il mondo esterno. Forse non è sempre possibile riuscire a rispettare le popolazioni assecondando il nostro desid
GHANA
La giornata sta per finire, ma noi abbiamo ancora un sacco di visite da fare e soprattutto dobbiamo entrare in ghana
Arriviamo al confine col ghana e lo oltrepassiamo
Superato il ponte sul volta bianco siamo ufficialmente in ghana
La mattina dopo altra Giornata di spostamento verso il Ghana,per raggiungere Bolgatanga,
Superato il confine che dal togo ci riporta nel ghana, oltrepassiamo il ponte sul Volta bianco
la grande pianura voltaica si distende in larghi spazi aperti che si presentano come piccole falesie e fiumi che hanno scavato i loro letti in profondità
Qua e là le capanne rotonde e coniche dei Mossi, antichi e fieri proprietari di queste terre
le capanne con il tetto conico di paglia, non hanno più di tre metri di diametro.
La capanna del capofamiglia è di forma quadrata.
Notiamo le prime scarificazioni sul viso di uomini e donne che contraddistinguono la loro etnia e a volte anche la loro famiglia.
Una sorta di tatuaggio un po’ più doloroso e se non si pensa a come vengono fatte si potrebbero definire “belle”.
Il caldo è una costante, e soprattutto la grande umidità
ci viene offerta della birra di miglio che ogni famiglia prepara per il proprio fabbisogno.
L’assaggiamo ma non fa per noi
La giornata sta per finire, ma noi abbiamo ancora un sacco di visite da fare e soprattutto dobbiamo raggiungere le terre dove vive la popolazione dei Gurunsi, , lungo il confine tra il Ghana e il Burkina Faso, dove le case sembrano uscite da una favola. I gurunsi Originari del Chad, si sono stanziati qui e anche in Burkina Faso costruiscono ed affrescano grandi dimore fortificate, un’etnia di artisti che concepisce le abitazioni come veri e propri “monumenti alla fantasia”.
Le architetture in terra disseminate tra il Burkina Faso e il Ghana sono famose per la loro raffinata bellezza E sono state un Altro Ottimo esempio di “architettura sculturale” che tanto influenzò Le Couboisier.
Il merito è soprattutto delle donne che qui amano trasformare le loro case in veri e propri monumenti alla creatività
Si tratta di curiose dimore fortificate dalle forme tondeggianti, che le donne del villaggio provvedono ad affrescare con vivaci pitture geometriche dal forte significato simbolico.
Sulle mura delle loro case si vedono veri e propri affreschi con disegni geometrici e di animali di color ocra, rosso, nero e bianco, rigorosamente dipinti utilizzando penne di faraona Dopo la stagione delle piogge, le donne gurunsi colorano le loro case usando tinte naturali e Ogni decorazione è unica e irripetibile; sebbene i segni mitologici siano ricorrenti, la combinazione dei simboli e le dimensioni dei disegni viene “personalizzata. Si è fatta notte ormai. Si riparte e arriviamo a bolgatanga sotto il chiarore della luna
Da Bolgatanga. Un'escursione ci porta sull'altopiano di Tongo per
Il paesaggio è molto caratteristico:
Vaste distese di magri pascoli punteggiati dall'affiorare di rocce succedono a una vegetazione un po' più densa e dopo qualche chilometro emerge un paesaggio montagnoso.
Siamo nel cuore dell'Altopianto del Tongo , racchiudente realtà contadine che vivono in villaggi con case disseminate nei campi fra grandi alberi di kapok, manghi, tek, palme e baobab.
In questo luogo suggestivo s’innalzano numerosi pinnacoli composti da enormi pietre sovrapposte con sorprendente regolarità: le popolazioni locali li considerano parte d’antiche abitazioni degli dei.
L’attrazione principale di questo luogo e cosituita da Una profonda crepa della parte più alta della montagna , la grotta dell'oracolo, Santo che vive lì nella quale si accede solo se accompagnati dai sacerdoti che vi penetrano per compiere riti e sacrifici.
Il Feticcio vive in solitudine e comunica solo con una persona che fa da tramite con tutti gli abitanti del villaggio.
La gente si reca giornalmente per chiedere che il feticcio esaudisca i propri desideri, guarisca malattie ecc, portando con sè animali da sacrificare. Per arrivare dinnanzi all'oracolo, è obbligatorio spogliarsi di tutto il superfluo....scarpe, collanine, orologio e haimè persino vestiti, bisogna rimanere solo con pantaloncini, anche le donne Vale la pena di salire, per godere del magnifico panorama che si gode dall’alto su tutto il villaggio. i Talensi, vivono riuniti in clan. Mentre Ci dirigiamo verso il villaggio incontriamo il re dei talensi che riposa sotto una pianta in compagnia dei suoi cortigiani e alcuni dei suoi numerosi figli.
Ci fermiamo a salutare e a porgere omaggio come si conviene alla presenza di un re.
Il re ci saluta e ci porge il benvenuto nella sua terra e ci parla della sua tribù. Nel frattempo incurante della nostra presenza, uno dei suoi figli continua il difficoltoso lavoro di pedicure con una lametta. Salutiamo ed entriamo a visitare il palazzo. La tipica abitazione fortificata, nella quale convive anche una sessantina di persone, è costruita in argilla e dà l'impressione di un labirinto al quale si accede da una sola porta di ingresso. Piccoli vicoli, scalette, corridoi coperti, stanze a forma d’uovo e terrazze formano un insieme armonico di suggestiva bellezza.. L'interno della grande casa è costruito a labirinto, x difesa dai nemici.
Vi è un cortile o "piazzetta pubblica" dove vengono risolte ogni genere di dispute; solo il grande padre può parlare, che è poi anche il capo-famiglia. Quando arriva una giovane sposa, prima di sistemarsi nella propria dimora col marito, trascorre qualche tempo in una zona particolare della grande casa, per apprendere diciamo così, gli usi e costumi della sua nuova famiglia. Dovrà imparare come ci si comporta, e i compiti che qui le mogli devono svolgere. Sempre all'interno della grande casa, Vi è la tomba del primo Padre con feticci che servono a protezione.
Si parte verso sud, attraverso tipici paesaggi di savana: campi di miglio, grandi baobab, acacie, alberi di karité e frutteti carichi di manghi. Il percorso è affascinante, si attraversa praticamente tutto il territorio dagomba antenati dei moshi Visita di minuscoli villaggi dalle belle capanne d’argilla appartenenti all’etnia moshi dagomba Qua e là le TIPICHE capanne rotonde e coniche con tetto in paglia di questi, antichi e fieri proprietari di queste terre, . agricoltori stanziali con tratti somatici tipicamente africani e corporature possenti , bambini i veri animatori delle aie. che sciamano da una parte all'altra del villaggio ci corrono incontro Saltellando e urlando di gioia. ci fanno festa Sono contenti di verderci Di gente ne passa veramente poca da queste parti. In un quadro di architettura tradizionale siamo accolti cordialmente da donne dagli abiti intensamente colorati Gli abitanti, dediti all’agricoltura, si sono stabiliti da tempo su questi territori, condividendolo con altri gruppi,. Ogni etnia ha forme di architettura differenti, che ben si fondono col paesaggio per linee e per colori. I muri sono costruiti in mattoni di argilla essiccata, ricoperti da una sorta di intonaco di terra mescolata a paglia e sterco di vacca. Tutte le capanne della zaka sono disposte in cerchio e sono collegate fra loro da muri in argilla o da palizzate formate con rami e foglie intrecciati. Nel cortile si innalzano i granai di forme diverse (circolari, cubici, a forma di anfora), l’ovile, il pollaio, l’angolo di cottura ed i servizi igienici. Le famiglie di religione tradizionale hanno anche una piccola capanna per i feticci di famiglia. All’esterno ci sono gli altri magazzini in vimini intrecciato su palafitte, anch’essi sormontati da tetti conici di paglia, per conservarvi il miglio, il sorgo, le arachidi e le altre derrate. L’albero più bello e fronzuto è riservato al riposo e alle discussioni. Il fuoco è sempre acceso tre pietre e tre bastoni che bruciano tutto il giorno e Sopra una grande pentola dove una donna prepara la polenta di manioca per la numerosa famiglia mentre la gente intorno conversa vivono in piccole case circolari in argilla, e coltivano sorgo, mais e arachidi, conservati in granai fatti di paglie intrecciate. questi i villaggi si compongono di zaka abitazioni familiari plurime, con piccolo giardino distanti alcune decine di metri l’una dall’altra. Una zaka è un insieme di capanne più o meno numerose a seconda dell’importanza della famiglia. Quando il capofamiglia ha parecchie mogli, ciascuna possiede una sua capanna con cucina e granaio. Finalmente La cena è pronta. sono tutti in attesa. La donna riempie le ciotole di polenta Calda e fumante e la distribuisce alla famiglia. Riprendiamo il viaggio, prima di sera dobbiamo raggiungere kumasi.la capitale degli ashanti- Avanzando verso il sud del paese il paesaggio mutA gradualmente AttraversIAMO IL PONTE SUl lago Volta il secondo lago artificiale del continente.
ARRIVIAMO ad un villaggio di etnia AFO . finalmente una sosta SCENDIAMO DAL PULMINO Non se ne può dal caldo e dalla grande umidità La terra rossa entra da tutte le parti, si appiccica alla pelle, ci ricopre non è possibile fare nulla per evitarlo. Il pulmino è comoda, ma le strade o per meglio dire piste dove si consuma la vita della maggioranza della popolazione del Centrafrica, sono piene di buche che ci fanno sobbalzare
Noi, forse, non riusciamo a comprendere questa festa, che ha un' aria quasi grottesca, ma x la famiglia del defunto è motivo di orgoglio la presenza di così tanta gente al funerale, per non parlare della nostra di presenza
La domenica mattina Kumasi si risveglia lentamente. Le sue vie, trafficate, si concedono al nostro sguardo, curioso
Ci rechiamo a palazzo per partecipare al festival dell’Akwasidae solenne festa che ritma, ogni 42 giorni, i nove cicli del calendario tradizionale.. Nel calendario tradizionale degli Ashanti le giornate chiamate Akwasidae corrispondono all’inizio del mese
Gli Ashanti, grandi signori dell’oro, rappresentano una monarchia ancor oggi importante.
Il Ghana è conosciuto soprattutto per lo sfoggio di vestiti colorati e monili d’oro che gli Astanti indossano in questa occasione.
I dignitari arrivano a poco a poco, sedendosi sotto grandi ombrelli dai mille colori.
Indossano, a mò di toga romana, raffinati abiti realizzati con i pregiati tessuti kente e vistosi anelli e bracciali in oro.
La festa è spettacolare, con i baldacchini e gli ombrelli colorati fra tamburi, ballerini, i ed i cantanti che effettuano dei riti in onore dei loro spiriti ancestrali
I ritmi dei tamburi e i suoni dei corni si fanno sempre più incalzanti finché, in un tripudio di note e colori, il corteo dell’Asantehene, il sovrano ashanti, invade la piazza.
Davanti a noi sfilano suonatori e personaggi con in testa gli oggetti più curiosi, dignitari con il copricapo a ventaglio in piume di struzzo oppure in pelle ricoperto da lamine d’ oro.
portatori di spade rituali, guardiani armati di fucili a polvere,
portatori di coltelli utilizzati per le esecuzioni,
Infine il re
Il re, protetto di dignitari sfila sotto una portantina posta sotto un enorme parasole
ornato di massicci gioielli, per poi andare a sedersi sul trono, circondato da nobili, ministri, sacerdoti.
La regina madre si unisce alla festa, accompagnata dalla sua corte di donne.
Davanti a lui un corridoio formato da due ali di cortigiani.
Sfilano i capi, venuti da tutto il territorio ashanti, inchinandosi in segno di sottomissione.
arriva persino il vescoso a rendere omaggio a un re privo di poteri amministrativi ma molto rispettato e amato dalla popolazione.
L’Asantehene, re di tutti gli Ashanti, è tuttora il garante ed il depositario dei valori spirituali che fondano l’unità e la forza del suo popolo.
La sua influenza va di là dalle frontiere del Ghana per suscitare ammirazione nel resto della diaspora africana dispersa nel mondo.
Durante la cerimonia i cortigiani offrono i loro regali, i griots recitano la storia dei re ashanti, i suonatori dei tamburi e delle trombe d’avorio scandiscono il ritmo della celebrazione.
LE danzatrici, avvolte in tessuti splendenti eseguono passi tradizionali
La cerimonia non è altro che canti - danze e strette di mano la delusione è generale...
Al termine della festa,E' nuovamente ora di partire
Usciamo dal traffico della città dirette al parco nazionale kakum.
La strada prosegue diritta nella campagna sconfinata; in Africa sono le distanze a colpirti, le strade che continuano dritte per chilometri e non ne vedi la fine.
Finalmente arriviamo al Kakum National Park, famoso per i suoi ponti sospesi sopra la foresta pluviale
Il Kakum National Park è uno dei più grandi parchi naturali attrezzati del Ghana.
Si trova, a circa
L'area del parco è letteralmente ricoperta da una folta vegetazione
La principale attrazione è l'Ebony Trail, un percorso lungo circa
Fra i ponti sospesi particolarmente celebre è il Canopy Walk, sospeso a
Pensavo di avere paura, invece con grande sorpresa riesco a fare l'escursione tranquillamente, tanto che con loredana riusciamo anche a saltellare sulla passerella mentre apprezziamo la panoramica.
Si prosegue verso elmina sulla costa Attraverso un paesaggio che corre a tratti lungo il litorale dove il blu dell’oceano si frange sul giallo di spiagge incontaminate interrotte solamente dal verde delle palme da cocco
Visitiamo il castello di Cape Coast, secondo per importanza nel paese.
La costa del Ghana ha la più forte concentrazione d’antichi forti e castelli europei in tutta l’Africa. che vennero poi trasformati in vere e proprie prigioni di schiavi che venivano imbarcati dagli europei sulle navi dirette ai Caraibi.
A causa delle continue guerre tra tribu', i prigionieri, ora dell'una ora dell'altra fazione, venivano venduti agli europei che li incarceravano, a volte per mesi e sempre in condizioni disumane in attesa di caricarli sulle navi.
La visita del castello si rivela sconvolgente e ci lascia una sensazione di angoscia
L' interno del castello- era diviso in aree differenti, gli schiavi, uomini - donne venivano tenuti separati, ed ammassati in piccole stanze prive di aperture.
per lasciare filtrare aria e luce, vi erano solo delle piccole grate.
Qui subivano ogni genere di soprusi e torture, violenze di ogni tipo, soprattutto le donne.
Le orribili prigioni al suo interno trasudano umidità e i graffiti sui muri gridano ancora oggi la disperazione degli schiavi un tempo rinchiusi al loro interno.
Gli schiavi seguivano un percorso ben definito, che terminava con
Qui venivano rinchiusi nelle stive per tutto il periodo della navigazione che durava mesi .
Molti uomini non arrivavano nemmeno alla nave, morivano prima, x non parlare di tutti quelli che invece venivano gettati nell' oceano durante la traversata.
Pochi sopravvivevano e i discendenti di questi uomini, ora cittadini americani a tutti gli effetti, stanno riscoprendo la loro origine africana.
Fuori, La città è un tipico porto di pesca, con centinaia di grandi piroghe colorate che ogni giorno affrontano l’oceano
Gli uomini vanno a pesca.
All’alba partono sulle loro piroghe, portando con sé grappoli di gris-gris, i potenti talismani-portafortuna realizzati dai vecchi del villaggio.
Il pesce viene venduto fresco al mercato, oppure viene pulito dalle donne, affumicato, coperto di sale e messo a essiccare sulla spiaggia
Proseguiamo per Elmina per visitare il castello St.George” il più famoso e antico della costa, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’unesco
Elmina, un piccolo e animato villaggio di pescatori circa
La storia di Elmina comincia nel 1482 quando Cristoforo Colombo e Bartolomeo Diaz arrivarono qua con una dozzina di caravelle per costruire un castello sotto l’autorità portoghese.
Il St George's Castle (1482), costruito su una penisola rocciosa in posizione dominante, è opera dei portoghesi che per primi scoprirono la ricchezza in oro e avorio della regione.
Gli olandesi conquistarono il castello nel 1637 e allo scopo di proteggerlo costruirono il Fort St Jago (1652) diverse centinaia di metri più in alto sulla collina.
Il castello che si visita oggi è il risultato dei lavori realizzati da Portoghesi, Olandesi, Inglesi.
Nel corso della sua storia è stato utilizzato come magazzino d’oro, d’avorio, di legno pregiato, ma anche e soprattutto di schiavi.
Elmina è considerato dagli storici il primo punto di contatto fra europei ed Africa nera.
I vicoli di quest’antico villaggio di pescatori con Le antiche costruzioni portoghesi, oggi abitate dai locali, ci fanno respirare un’atmosfera vivace e fuori del tempo.
Saliamo sulla collina Per visitare il secondo forte della città, Fort St Jago, da dove si gode un bel panorama della città.”.
Ritorniamo in Italia portandoci dentro la sensazione di angoscia e disagio provata durante la visita di questa parte d’ Africa chiamata purtroppo costa degli schiavi, visita che ci ricorda che fu con l’arrivo degli europei che nel xvi secolo iniziò l’epoca che portò al più brutale avvilimento dell’uomo che la storia mondiale abbia mai conosciuto,
l’epoca di una caccia mostruosa condotta per tre secoli dagli agenti delle classi dominanti delle nazioni più sviluppate, «civilizzate» e «illuminate», contro i popoli neri arretrati e inermi;
l’epoca dello sterminio di centinaia di migliaia di uomini che tentavano di opporre resistenza o che non riuscivano a sopravvivere alla deportazione e al lavoro forzato nelle piantagioni;
l’epoca della riduzione di milioni di neri allo stato di bestie da soma.
L’epoca che tutti noi vorremmo non fosse mai esistita.